Il bambino che dormiva solo nella Porsche di papà

Come una 912 bianca del 1969 ha attraversato una vita intera, e alla fine è tornata.

   

Ci sono bambini che si addormentano con una favola. Io mi addormentavo nel retro di una Porsche. Quando acquistò la sua prima e unica 912, bianca, del 1969, mio padre aveva ventisette anni. Due anni dopo arrivai io. E quando le notti insonni si facevano lunghe, mio padre mi prendeva in braccio, usciva di casa e mi sistemava sui sedili posteriori della 912. Bastavano il rumore del motore, il movimento dell’auto, quella strana sensazione di protezione e io mi addormentavo.

Poi la famiglia crebbe, la Porsche diventò troppo piccola e fu venduta. Ma certe cose non vanno mai davvero via. Rimangono nei recessi della memoria, in quella fotografia di un padre sorridente seduto sul cofano della sua 912 bianca, nel suono di un motore che riemerge nei sogni. E nei bambini che crescono portando con sé, senza saperlo, la passione di chi li ha preceduti.

«Da grande ricomprerò la Porsche che papà ha venduto per fare spazio a me. La riprenderò anche per lui.»

Molti anni dopo, quella promessa è tornata a cercarmi. La prima 911 arrivò in una configurazione classica: Grigio Argento GT, interni Cognac, dettagli heritage. Poi commisi l’«errore» che ogni proprietario felice di una Carrera dovrebbe evitare: provare una GT3 Touring. Il mondo cambiò in pochi chilometri, con una precisione meccanica, un dialogo con il volante, una leggerezza emotiva difficile da spiegare.

Due giorni dopo la configurazione era pronta per essere inviata: GT3 Touring 992.2 in Oak Green Neo Metallic, interni Porsche Exclusive Manufaktur in pelle Cohiba, cuciture bianche a contrasto, cerchi GT3 silver heritage, carbonio opaco. Una reinterpretazione contemporanea del concetto di gentleman driver. Sportiva senza ostentazione. Lussuosa senza eccessi.

L’ho battezzata «Wimbledon Edition – 7 wins». Sette vittorie in sette partite, come quelle necessarie per conquistare il titolo nel torneo londinese del Grande Slam. Un dettaglio custodito in una targa con la sequenza «007». Mio padre aveva ventisette anni quando prese la sua prima e ultima Porsche. Adesso che ne ho molti di più, non ho acquistato la stessa auto ma qualcosa di più: la stessa sensazione.

E forse è proprio questo il motivo per cui, dopo oltre sessant’anni, la 911 continua a essere diversa da qualsiasi altra sportiva: non si limita a passare nella vita delle persone, ci rimane dentro. 

Enrico Maria Borrelli
Enrico Maria Borrelli
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